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Anoressia: cosa dobbiamo sapere per riconoscerla e per uscirne

anoressia nervosa: un disturbo mentale

Anoressia: cosa dobbiamo sapere per riconoscerla e per uscirne

Anoressia: cosa dobbiamo sapere per riconoscerla e per uscirne.

 

Innanzitutto è importante sapere che l’anoressia nervosa, pur essendo una malattia che si manifesta con una prevalente espressione corporea, in realtà è un disturbo mentale, una psicopatologia. Questo disturbo quindi parte dalla testa e si esprime attraverso il corpo, sempre più magro. In Italia oltre 3 milioni di persone soffrono di Disturbi Alimentari e di queste il 95,9% sono donne. L’età media in cui questo disturbo fa il suo esordio è tra i 15 e i 25 anni, anche se, come sottolinea l’Istituto Neurotraumatologico Italiano, sono in aumento i casi già a partire dagli 11/12anni.

 

Come fare diagnosi di anoressia nervosa?

Uno dei primi segnali a cui fare attenzione è la restrizione calorica, associata all’intensa paura di aumentare di peso. Il peso corporeo è significativamente più basso rispetto alla normalità (definita attraverso l’indice di massa corporea), ma nonostante questo le persone che soffrono di anoressia si percepiscono come grasse. Ci sono persone che arrivano a mangiare una sola mela nell’arco di una giornata intera e altre, che pur non essendo così estreme, assumono una quantità di cibo, rigorosamente ipocalorico, di molto inferiore a quella che il corpo necessiterebbe per affrontare un’intera giornata.

L’ alterazione della percezione del proprio corpo fa si che che una ragazzina scheletrica, continui a vedersi grassa: Chiara pesava 41 chili, essendo alta 171cm e continuava a vedersi grassa, terribilmente grassa. Quando si soffre di anoressia, non si ha la consapevolezza di avere un disturbo, un problema da risolvere: “ sono molto fiera di essere riuscita a perdere un altro etto” diceva Francesca  durante uno dei primi colloqui psicologici.

 

Quali sono le caratteristiche di personalità prevalenti?

Spesso queste giovani donne hanno alcune caratteristiche in comune: una bassa autostima, una ricerca costante della perfezione, rigidità e insoddisfazione per la forma del proprio corpo. Oltre a caratteristiche che appartengono alla persona che soffre di anoressia è importante indagare anche le caratteristiche delle relazioni familiari e non solo, all’interno della quale è inserita. Come avviene per ogni disturbo psicologico non ci si può limitare ad un lavoro sull’individuo, senza porre la giusta attenzione al contesto nel quale è inserito (es. indagare le dinamiche familiari è un fattore molto importante).

 

Su quali aspetti deve intervenire lo psicoterapeuta?

Il rapporto negativo col cibo e con il proprio corpo è sempre accompagnato da pensieri disfunzionali e cognizioni negative rispetto a se stessi: “non valgo niente”, “sbaglio sempre tutto”. Il controllo del cibo diviene “una medicina” per l’anima ferita, “aiutando” queste persone a riprendere metaforicamente il controllo della loro vita e a percepirsi come degne di stima e amore: “ Se riuscirò a essere magra, allora potrò essere amata”.

Lo psicoterapeuta deve quindi sostenere il paziente e aiutarlo a modificare questi pensieri disfunzionali che spesso hanno origine nella storia passata del paziente: hanno preso forma in seguito a traumi, micro o macro che siano, che hanno caratterizzato un periodo della sua vita. Individuare e aiutare la persona a rielaborare questi traumi diviene quindi un passaggio fondamentale della terapia e l’EMDR in questo è di grande aiuto.

 

Dall’anoressia si può guarire?

Innanzitutto è importante sapere che per curare i pazienti più gravi è sempre necessario un approccio multidisplinare che coinvolge più specialisti, quali ad esempio Medico internista, Nutrizionista o Dietologo, Psichiatra e Psicoterapeuta, proprio perché questo disturbo si manifesta attraverso diversi canali.

Per quanto riguarda il processo di guarigione si deve tenere presente che richiede un grande impegno e soprattutto una presa di coscienza da parte della persona, di essere affetta da un disturbo mentale. Essere consapevoli di soffrire di una grave malattia e di avere bisogno di cure è un punto centrale del percorso, indispensabile per stimolare un cambiamento. La motivazione al cambiamento è indispensabile per migliorare!

Ci si può considerare guariti “quando si sono apprese modalità adeguate e funzionali di contatto e interazione con la propria forma corporea, con il cibo e con il contesto relazionale circostante” come dice Marina Balbo, psicoterapeuta esperta nei disturbi del comportamento alimentare. E’ importante concludere un percorso psicoterapeutico con un lavoro atto a prevenire le ricadute e con un buon rapporto di fiducia che leghi paziente e terapeuta, proprio perché se in futuro dovessero ripresentarsi i sintomi i paziente senta di potersi rivolgere nuovamente al suo terapeuta per riprogrammare un ciclo di incontri.

 

Bibliografia:

Marina Balbo, 2015  “EMDR e disturbi dell’alimentazione. Tra Passato, Presente e Futuro.” ed.Giunti

Giulia Giampellegrini

Dott.ssa Giulia Giampellegrini Psicoterapeuta-Studio Itaca