Ciao!

Per prenotare una consulenza o per richiedere informazioni contattaci.
 
Riceviamo su appuntamento, il primo colloquio conoscitivo è gratuito!

Cure palliative: cosa sono e perchè sono importanti

Cure palliative: cosa sono e perchè sono importanti

Addentrarsi in un argomento di così vasta portata comporta muoversi a piccoli passi. Innanzitutto è necessario approfondire il significato delle parole che utilizziamo, perché il linguaggio non è solo l’espressione di ciò che pensiamo, ma costituisce anche ciò che facciamo e come lo facciamo.
Iniziamo dando una definizione di cura. Secondo i dizionari classici di etimologia il termine
deriva dalla sua forma più antica in latino: si scriveva coera ed era usata in un contesto di relazioni di amore e di amicizia. Esprimeva l’atteggiamento di premura, vigilanza, preoccupazione e inquietudine nei confronti di una persona amata o di un oggetto di valore. Cura significa allora: premura, sollecitudine, diligenza, zelo, attenzione, delicatezza.

Ci troviamo quindi di fronte ad un atteggiamento fondamentale, un modo di essere mediante il quale la persona esce da sé per trovare il suo centro nell’altro. Con giusta cognizione di causa, il grande poeta latino Orazio disse “La cura è compagna permanente dell’uomo” (65-8 a.C.), mettendo in luce come la cura accompagni da sempre l’uomo, in quanto questi non smetterà mai di amare e di prendersi cura delle persone a lui care.
Mentre, andando più nello specifico, la definizione della parola palliativo secondo il dizionario italiano è farmaco, cura che attenua i sintomi di una malattia, ma non ne rimuove la causa. Il termine deriva dal latino pallium “il mantello che ti copre dietro” e che ti protegge; è sinonimo di assistere, “stare seduto accanto”.
Confrontando le definizioni delle due parole prese singolarmente non si nota una grande
differenza di significato, quindi possiamo considerarle l’una il rafforzamento dell’altra, ossia un’esagerazione del concetto di prendersi cura e del saper prendersi cura, proteggendo l’altro dalla sofferenza. Messe insieme, Cure e Palliative, rispecchiano la definizione data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002: “Le cure palliative corrispondono a una condotta e un trattamento che dovrebbe migliorare la qualità di vita dei pazienti e dei loro parenti, in presenza di una malattia mortale. Essa ottiene ciò ricercando attivamente e precocemente, rilevando ripetutamente e trattando adeguatamente i dolori e i problemi fisici, psicosociali e spirituali”.

Le Cure Palliative quindi:
– leniscono dolori e altri disturbi opprimenti;
– sostengono il paziente nel restare attivo il più a lungo possibile;
– integrano aspetti psicologici e spirituali;
– affermano la vita e considerano la morte un processo normale;
– non vogliono né accelerare né ritardare la morte;
– sostengono i familiari nell’elaborazione della malattia del paziente e del proprio lutto;
– consistono in un lavoro di gruppo per rispondere al meglio alle esigenze dei pazienti e dei loro famigliari;
– possono essere applicate precocemente nella malattia, in combinazione con le misure che tendono a prolungare la vita.

Il movimento delle Cure Palliative e dell’hospice moderno ha le sue origini nel lavoro della dottoressa Cicely Sanders del 1960 e da allora si è evoluto con una filosofia di cura per una
disciplina professionale con esperienza nella gestione dei sintomi, nei problemi di natura psicosociale e spirituale, nella comunicazione del processo decisionale, nel sostegno al caregiver e nel ciclo di fine vita. Il Dottor Baulfor Monte ha coniato il termine “cure palliative” intorno al 1975 per descrivere il suo programma di hospice in Canada, e da allora si è guadagnato l’accettazione in tutto il mondo. Nel corso degli ultimi decenni, numerosi altri termini sono stati usati per descrivere questa entità in continua evoluzione, tra cui “cura del morente”, “cure terminali”, “continuità assistenziale”, ” cura olistica”, “cura globale”, “cura di comfort”, “cura del dolore e gestione del dolore e dei sintomi” e “qualità di cura del fine vita”; più di recente “cure di supporto” e “migliori cure di supporto”. Alcuni studiosi hanno definito questi termini eufemismi, in quanto la parola cure palliative e hospice sono molto stigmatizzate a causa della loro associazione al concetto di morte e del morire.

L’ avvenimento importante nelle storia italiana delle cure palliative è l’emanazione della legge 38/2010, che sancisce il diritto per ogni cittadino all’accesso alle cure palliative ed alla
cura del dolore, considerato in tutte le sue forme. Si tratta di una legge fortemente innovativa, che per la prima volta garantisce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore da parte del malato, nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza, al fine di assicurare il rispetto della dignità e dell’autonomia della persona umana, il bisogno di salute, l’equità nell’accesso all’assistenza.

PAZIENTE IN CURE PALLIATIVE

Le cure palliative prevedono la cura dei sintomi della malattia nella fase di terminalità, senza rimuovere le cause; si prendono cura di chi non può guarire, di chi ha una bassa aspettativa di vita, di chi ha bisogno di essere accudito, assistito per continuare a vivere, con significato e dignità, “l’esistenza residua” ossia il tempo rimasto.

Le cure palliative sono, per definizione, le cure del fine-vita: un approccio personalizzato, rispettoso, adeguato, globale, dedicato alla persona malata e attento alla sua famiglia; un atteggiamento culturale che non medicalizza la morte, ma la accoglie considerandola un evento naturale ed inevitabile, che non può essere posticipato e, tanto meno, anticipato. Un approccio quindi che nasce per garantire la “buona morte” pur conservando la miglior qualità di vita al paziente e alla famiglia: una modalità di cura (luogo, spazio, tempo, altro) dignitosa, naturale, etica; viene previsto il controllo dei sintomi e la presenza di persone, care e vicine al malato, fino all’ultimo giorno della sua vita” .

Una persona diventa terminale quando, a causa di un’alterazione irreversibile del funzionamento degli organi e degli apparati del corpo (situazione che siamo soliti definire come malattia inguaribile in fase evolutiva), comincia a venire a meno quel meccanismo d’autoregolazione che consente ad un organismo di vivere, sia pure a livelli diversi di salute. il processo così iniziato ha come esito la morte. a questo punto, l’unico possibile obiettivo da perseguire, è la qualità di vita.


L’aggettivo terminale può essere usato per indicare la fase finale della vita, fase agonica con
inevitabile evoluzione alla morte, dinanzi al quale l’apparato medico interrompe tutti i tentativi di guarigione, ma si limita ad alleviare la sofferenza e a mantenere la situazione in equilibrio.
L’esperienza di una malattia grave, che porta alla morte, scatena nel paziente una rete intricata di sentimenti difficili da esprimere in poche parole. Ci si imbatte in una serie di emozioni che vanno dalla rivolta alla rassegnazione, dalla speranza alla disperazione, dall’aggressività alla sottomissione. Non si può dire, se il paziente silenzioso e calmo che accetta passivamente la routine ospedaliera, stia attraversando un periodo più difficile di quello che reagisce con rabbia, impreca contro il destino e non accetta di soccombere. Ma se si riesce a conoscere profondamente la persona che sta morendo, è sempre possibile trovare un’adeguata risposta psicologica alle sue reazioni.

Le implicazioni psicologiche del processo che porta alla morte coinvolgono non solo il malato, ma tutte le persone che lo circondano, i familiari, i medici, gli infermieri. La paura del dolore e la certezza della fine imminente, creano intorno al paziente una specie di “congiura del silenzio”, per cui tutti sanno, ma nessuno parla.

Dal punto di vista psicologico sarebbe importante che tutti coloro che lavorano con tali pazienti potessero riflettere sul rapporto interpersonale e sulle proprie angosce relative alla morte, in modo da aiutarlo ad affrontarla e a dare un significato al suo profondo dolore.
I professionisti, preposti alla cura palliativa, sono formati per rispondere in modo completo e profondo ai bisogni della persona: quelli di carattere sanitario, ma anche i bisogni psicologici, sociali, spirituali e valoriali. Il percorso ideale di assistenza e cura prevede l’intervento in rete non solo di medici palliativisti, ma di una équipe curante strutturata che tenga conto della versatilità e globalità dei servizi richiesti, nell’ottica di un approccio multidisciplinare (Council of Europe, 2003).

Dott.ssa Sabina Zapponi.
Psicoterapeuta- Studio Itaca