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Dalla tristezza della perdita alla “collateral beauty”

Dalla tristezza della perdita alla “collateral beauty”

Si impara sempre a vincere, ma non si impara mai a perdere. Eppure la vita di per sé, è per sua natura, costellata di cambiamenti, perdite e saluti.  La maggior parte delle persone immagina e spera che “tutto” nella propria vita debba perdurare “per sempre”: amore, amicizie, salute, bellezza, giovinezza… Tuttavia la vita di coppia, le relazioni di amicizia e il proprio corpo necessitano di una cura, un’attenzione, e una manutenzione costanti: vanno ri-conquistati ogni giorno. Ma se è vero che curare con impegno gli aspetti della nostra vita è basilare, è altrettanto vero che in molti casi le relazioni e le circostanze semplicemente cambiano, finiscono o assumono nuove forme. Nulla resta uguale a se stesso e tutto è in movimento.

Spesso in modo del tutto inconsapevole non ci rendiamo conto che una relazione o una certa esperienza hanno terminato il loro compito. E scatta il momento dei saluti, per lasciare spazio a nuove sfide e nuovi apprendimenti. Il ciclo stesso della vita è rappresentativo di questo: un bambino che deve lasciare il suo ciuccio, un ragazzino che saluta i compagni di classe per iniziare una nuova scuola, una giovane donna che diventa madre e quindi cambia indelebilmente il suo ruolo, un uomo che arrivato alla pensione chiude il ciclo del suo lavoro. Gli esempi sono innumerevoli, talmente connessi alla crescita e alla biologia dell’uomo da apparire quasi sempre “naturali”. Quasi. Vi sono infatti alcuni eventi, saluti, passaggi, che non solo non vorremmo accadessero, ma che ci portano grande sofferenza e dolore. Sono tutti quei casi dove il saluto o il passaggio viene sentito come uno “strappo”, un abbandono, una grave perdita.   

Perdiamo quindi il nostro equilibrio, le nostre abitudini, il nostro modo di raccontarci. E ci accorgiamo di quanto eravamo legati, dipendenti e bisognosi di quel certo ruolo, persona, legame, oggetto. Probabilmente nel definire noi stessi attraverso una certa relazione, ruolo o circostanza diventiamo incapaci di esistere “senza”. Quando qualcuno o qualcosa se ne va spesso la sensazione che si prova è di non essere più se stessi, di avere perso “tutto”, di essere irrimediabilmente segnati, ma soprattutto di “non meritarselo” ed essere vittime di un grave danno. È abbastanza comune che al termine di una relazione o di un ciclo della vita le persone si sentano “passive”, come se quella data circostanza non l’avessero mai scelta o non avessero in alcun modo contribuito al fatto che avvenisse.

In realtà è proprio quando perdiamo qualcosa di caro che ritroviamo noi stessi, iniziamo a sentirci autori della nostra vita, ci rimettiamo in discussione, ma soprattutto cresciamo verso nuovi passaggi e spazi. Solo elaborato il lutto della perdita potremo mettere a fuoco la nostra parte “attiva”, ovvero il nostro ruolo e responsabilità di quanto accaduto: forse – per difficile che sia ammetterlo – una parte di noi desidera cambiare. Un po’ come succede nei rapporti di coppia caratterizzati da troppa dipendenza: quando due piante sono collocate nello stesso vaso prima o poi – crescendo – o il vaso si rompe o le piante appassiscono.

Ma quando il vaso si rompe, pur nella potenza della circostanza, le piante hanno la possibilità di crescere sane e rigogliose. Rompere il contenitore significa creare la possibilità di collocarsi alla giusta distanza.

Una volta compiuta l’elaborazione della “perdita”, questa acquisisce un senso nuovo e diverso: consente di riconoscere come abbia permesso qualcosa che prima era inimmaginabile (ad es. sviluppare un talento, conoscere una certa persona, accedere a funzioni di responsabilità, fare un particolare viaggio, assumere un certo ruolo). Una esperienza dolorosa può quindi trasformarsi in una occasione di maturazione affettiva e di sviluppo personale, in un rapporto evolutivo e dialettico tra perdita, cambiamento e creatività. Ogni evento – anche il più doloroso – nasconde quindi una “collateral beauty” per citare l’ultimo film che vede protagonista l’attore Will Smith nell’elaborazione di una grave tragedia personale.

Del resto, come dicevano anche antichi proverbi, non sono le cose di per sé ad essere buone o cattive, ma il modo in cui le si vive e il quadro di riferimento nel quale le si collocano. Ci sono persone ad esempio che “non vogliono che il loro dolore abbia fine”, perché il loro dolore è una prova d’amore, l’unico mezzo per salvaguardare un legame con chi non è più con loro.

Ecco quindi che, affinché la crisi sia evolutiva, dovremmo imparare a “lasciare andare”, come il corso naturale dell’acqua, della luce del giorno e del buio della notte. Ogni giorno ad accompagnarci ci sono le persone, le sfide e le cose più adatte per noi in quel preciso momento della nostra vita. Godere a pieno ogni istante, non disperdere troppe energie nel passato e nel futuro, potrebbe aiutarci a valorizzare ogni singolo momento del presente e attivare la nostra attenzione su “cosa abbiamo” piuttosto che su “cosa manca”.

“La cosa importante è cogliere la bellezza collaterale che è il legame profondo con tutte le cose”

“Hai ricevuto un dono. Un profondo contatto con ogni cosa. Tu cercalo. Te l’assicuro, è lì! La bellezza collaterale”

(dal film “Collateral Beauty”, diretto da David Frankel, 2016

Dott.ssa Sabina Zapponi Psicologa e Psicoterapeuta