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Diventare papà: un nuovo ruolo tra luci e ombre

Diventare papà: un nuovo ruolo tra luci e ombre

Quando pensiamo all’arrivo di un bambino ognuno di noi immagina una nuova famiglia che nasce, ma nello stesso tempo pensa alla grande trasformazione che avviene nella vita di una donna, che diventa “mamma”.

Del resto, fin dalla gravidanza, la “culla” calda e protettiva dove risiede il piccolo prima dell’ingresso nel mondo è il corpo della donna. E con la nascita nessuno può negare come – specialmente da un punto di vista biologico – la madre rappresenti la protagonista indiscussa, nel ruolo di colei che eroga cure costanti e che è responsabile, attraverso l’allattamento, della sopravvivenza del neonato e del suo mantenimento in salute. Un ruolo quindi potente quello della donna-madre, che può però offuscare la presenza di altri aspetti e di altre risorse che, soprattutto mano a mano che il bambino cresce, sono indispensabili per “liberare” la donna da tanta dipendenza e lasciare spazio anche alle altre importanti figure di accudimento, in primis quella del padre.

L’uomo che diventa padre dunque. Un fiocco appeso alla porta, una stretta di mano da parte di parenti, amici e colleghi, e poco di più… Eppure oltre ad una nuova vita e ad una nuova mamma, a nascere è anche un “nuovo papà”.

Ad onor del vero è giusto considerare che nella nostra cultura e nel nostro tempo sempre più interesse viene posto verso la figura genitoriale del padre: non a caso i padri sono sempre più presenti ad affollare i corsi preparto e quasi sempre presenti nella stanza del travaglio. Viviamo infatti un momento storico e sociale del tutto nuovo e ricco di potenzialità interessanti per la figura del padre, pensiamo ad esempio al contemporaneo diritto al “congedo di paternità”.

Tuttavia, a permanere nel tempo e nello spazio, è comunque la figura generalmente ausiliaria che il padre tende ad avere nella cura dei figli. L’espressione “aiutano le donne a prendersi cura dei figli” è utilizzata frequentemente ancora oggi, in quanto il coinvolgimento dei padri viene vissuto dai membri della coppia genitoriale e percepito dalla società, principalmente come aiuto alla madre.

Ulteriore riscontro è dato dalla costante predominanza maschile nelle posizioni di vertice del mondo professionale che tende a confermare l’opposizione tra quanto il maschile rappresenta (professione/denaro) e quanto il femminile evoca (cura/impegno). I padri, dunque, se pure più coinvolti rispetto al passato, sembrano restare sempre ancorati a quella tradizione che stabilisce come all’interno di una società gli uomini debbano – come compito principale – mantenere economicamente la famiglia, e le donne occuparsi della “cura”; convinzione radicata – come abbiamo detto – nella realtà biologica del concepimento, della gestazione, del parto e dell’allattamento e, in riferimento alla quale, assume centralità il legame madre-bambino, piuttosto che la triade madre-padre-bambino.

In tale prospettiva il cambiamento del ruolo paterno lo potremmo leggere come la possibilità di poter dare, da parte dell’uomo, una nuove veste alla propria identità maschile. Nella società contemporanea i padri si imbattono in nuove pratiche attraverso le quali sono alla ricerca di un nuovo modo di essere, espresso in prima istanza dalla “presenza”. Una presenza da conquistare in contrapposizione alla connotazione di padre assente e incompetente nella gestione continuativa dei figli all’interno dell’ambito familiare. A prevalere è infatti il linguaggio materno-femminile che lascia ben poco spazio e visibilità alla responsabilità, alle risorse e alla creatività del padre, enfatizzato spesso in chiave negativa per “quello che non è”, piuttosto che “per quello che è o potrebbe essere”. La paternità resta quindi spesso etichettata come passiva, incompetente e sottoutilizzata.

Considerando i diversi livelli che potrebbero intervenire nel cambiamento del ruolo paterno è però evidente che vi è una forte connessione con le difficoltà generate dagli atteggiamenti e pregiudizi esistenti nei luoghi di lavoro, dove continua a persistere una gestione che non sostiene né favorisce una conciliazione degli impegni familiari sia per gli uomini che per le donne. Nelle ricerche svolte sul tema della “conciliazione lavoro-famiglia” emerge un atteggiamento prevalentemente negativo verso padri che richiedono il congedo parentale e nello stesso tempo, la maternità è considerata un ostacolo lavorativo e diventa spesso motivo di non occupazione o di difficoltà nello sviluppare la carriera professionale per le donne.

Un coinvolgimento “forte” del padre nella gestione del figlio costruirebbe invece una nuova concezione di sé e di conseguenza una nuova identità di ruolo. Si può supporre che questo aspetto, in una dimensione di reciprocità, potrebbe aiutare anche gli uomini ad acquisire un’immagine diversa delle donne, sia attraverso la condivisione di compiti di allevamento dei figli, sia attribuendo un valore diverso al tempo di lavoro, rendendo pensabile un nuovo concetto di “intercambiabilità”. Allo stesso tempo, il coinvolgimento e la partecipazione degli uomini alla cura dei figli e alla gestione domestica, sosterrebbe le donne nel percorso di innovazione del loro ruolo materno, indebolendo l’idea di essere persone “insostituibili”.

Diviene importante quindi favorire percorsi che evidenzino codici comunicativi e relazionali nuovi. Nell’ambito relazionale e sociale è necessario dare spazio e ascolto a quei padri che vogliono esprimere la propria soggettività e condividerla con le loro compagne e i loro figli. Se la coppia vive una relazione positiva, può sfruttare le “differenze” in modo complementare e rafforzarsi, aumentando le probabilità che sia la madre sia il padre possano sentirsi dei “bravi genitori”.

La transizione verso la paternità resta, di fatto, un momento di grande svolta nella vita di un uomo. E se l’uomo è disposto ad entrare in questo rapporto con i figli, diventa uno dei cambiamenti più grandi della sua vita e del suo sviluppo come persona.

Infine, potremmo anche sottolineare come ogni generazione abbia il suo compito. È in atto oggi un grande passaggio storico che può diventare l’occasione più propizia per recuperare il paterno come area di relazione profonda, solida e ben radicata nelle ragioni creative dell’esistenza.

 

“La cosa che non sai è che non è vero che tu resti la stessa persona. Perché mentre loro imparano la vita, tu impari ad essere padre, cioè impari la tua seconda vita”

(Matteo Bussola, Notti in bianco, baci a colazione)

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Dott.ssa Sabina Zapponi – Psicologa e Psicoterapeuta