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Figli connessi e genitori competenti. I social network dai rischi alle opportunità.

Figli connessi e genitori competenti. I social network dai rischi alle opportunità.

I social network. Non sono un bene, non sono un male. È semplicemente quello che sta succedendo. Le novità hanno certamente effetti sulle nostre vite, ma spesso, ad avere conseguenze fastidiose sono i modi in cui le affrontiamo. Uno di questi modi qualche volta è la paura.

Una forma attraverso cui qualcuno ha cercato di descrivere l’attitudine sviluppata dalle nuove generazioni nell’uso della tecnologia è quella di descrivere i giovanissimi come “nativi digitali”. È una metafora che vede i più giovani come “nativi” di una cultura nuova, e perciò portatori di un sapere e di un modo di vedere il mondo che non è del tutto assimilabile a quello dei loro genitori (“immigrati digitali” perché “nativi gutenberghiani”) e nemmeno valutabile con le loro categorie. Una cultura straniera, insomma.

 

L’intelligenza connettiva

Nell’era digitale investiamo su modalità di pensiero che già conoscevamo e utilizzavamo, ma che in questo contesto vengono esaltate. Il pensiero ipertestuale è quello che già applichiamo ad esempio quando leggiamo l’oroscopo: leggiamo quella storia, la connettiamo agli eventi della nostra vita e mettiamo queste connessioni dentro una cornice più grande, nella quale quella storia e quelle connessioni hanno senso. E’ l’intelligenza connettiva, che l’uso delle tecnologie digitali e social incoraggerebbe. Essa ha a che fare con il mettere in relazione intelligenze, con la capacità di connettersi ad altri e di moltiplicare le intelligenze per trovare soluzioni nuove ai problemi. È probabile che le nuove generazioni stiano crescendo più allenate all’utilizzo di queste forme di pensiero.
Detto questo, la definizione di “nativi digitali” è molto utile per tenere presente che questi bambini crescono in mezzo a stimoli nuovi e che fanno esperienze spesso diverse dalle nostre; ma non soddisfa del tutto se la prendiamo alla lettera e le diamo un valore assoluto. Tutti vediamo con che facilità un bambino impari le regole di un videogioco o l’uso di un software per disegnare, ma abbiamo anche presente l’espressione sgomenta con cui un “nativo” ci guarda quando gli diciamo, ad esempio, “adesso fai un copia-incolla”. Ci sono indubbiamente momenti in cui l’abilità di un “immigrato” digitale è superiore. Come accade con tutte le definizioni che dividono il mondo in due, il rischio è quello di perdere un po’ della complessità della realtà.

 

Una questione di competenze

Giuliana Guazzaroni, una studiosa di e-learning e realtà aumentata, ha provato a classificare le abilità nell’utilizzo dei nuovi media distinguendo madrelingua digitali, digitali non madrelingua, principianti digitali, pre-intermedi digitali, eccetera. Una classificazione che contempla gradazioni e sfumature nel rapporto con la tecnologia. Soprattutto, una classificazione non binaria, ma piuttosto che introduce differenze, guardando alle cose in modo complesso, perché i madrelingua hanno grande competenza nell’utilizzo del proprio linguaggio nativo, ma è quel tipo di competenza che manca di riflessione. Per farla facile: molti di noi, a meno che non abbiano imparato a farlo per ragioni varie, non riflettono molto sull’uso che fanno della lingua nella quale sono cresciuti. Non saprebbero descrivere le regole e le strutture che usano. Semplicemente, le usano. Diverso è se, ad esempio, devono studiarne una straniera. Insomma, si può essere più competenti, in questo senso, in una lingua altrui che nella propria. E questo è un punto di vista interessante per superare il dualismo fra nativi e immigrati della tecnologia. La differenza fra il “bene” e il “male”, come accade spesso, non sta nel fatto che al mondo esistano differenze e che una generazione sia portatrice di cambiamenti rispetto alla precedente, ma sta nel rischio di descrivere queste differenze in un modo che crea separazione e incomprensione, e perciò paura. Paura porta a separare e a perdere curiosità per l’altro e dunque genera incomprensione e così via, in un circolo vizioso che non si interrompe. La tecnologia, quindi, può essere vissuta come una dimensione nella quale incontrarsi tra genitori e figli.
Non c’è ragione di trattare in famiglia le cose del digitale con una sorta di “legislazione speciale”. Vale per i giochi elettronici quello che vale per il pallone, per la televisione, per i giochi nel parco sotto casa. Ogni genitore ha il diritto di definire ed eventualmente contrattare coi figli le regole e i limiti che gli sembrano più utili e ragionevoli. E come per il pallone, la televisione e gli orari di rientro a casa, i figli confronteranno quei limiti con quelli dei loro amici ed eventualmente useranno il confronto come argomento di trattativa. Niente di strano. Solo, appunto, se facciamo degli strumenti digitali una sorta di universo isolato per il quale vale uno statuto a parte, li rivestiamo di significati ancora più ansiogeni. È comprensibile che per il loro carattere di novità siamo talvolta portati a dar loro la colpa di tanti problemi, ma spesso quel problema non è altro che il solito, vecchio, noto problema: genitori e figli si confrontano e si scontrano su limiti e confini. È indubbiamente un po’ fastidioso, ma è molto sano e utile. Intanto i genitori qualche volta possono appellarsi a norme che qualcun altro ha stabilito, e alle quali anch’essi devono sottostare. Ad esempio, per aprire un account Facebook ci vogliono tredici anni di età, lo stabilisce la policy del social network. Ne hai dodici? Non posso darti il permesso. Il tuo amico ce l’ha? Spiacente, non posso violare una regola solo perché qualcun altro lo fa. Ne hai tredici? Accomodati, ma occhio a non accettare contatti da persone che non conosci nel mondo fisico e di cui non puoi accertare l’identità.

 

La falsa sicurezza della strategia del controllo

Certo, è utile che quando si stabiliscono delle regole si sappia di cosa si parla. Talvolta si assiste a cose buffe come un rimprovero a un figlio per aver pubblicato contenuti di cui in realtà non sapeva nulla. Sulla sua homepage scorrevano immagini e testi, e la madre pensava fossero tutti pubblicati dal ragazzo. Questo non aiuta e ci mette fuori gioco perché fa fare la figura dei matusa incompetenti!
Molto meglio invece se i genitori si aprono un proprio profilo Facebook (o di altri social network) e provano a vedere in cosa consiste questo universo che sembra inghiottire periodicamente i loro figli. Meglio non temerlo e provare piuttosto a capire cos’abbia di così ammaliante. E poi passare un po’ di tempo accanto ai ragazzi e ai loro videogiochi. Giocarci un po’ insieme, qualche volta. Farsi insegnare come si fa. Questo diventa un modo di rendere questi luoghi virtuali dei punti di incontro con i propri figli, anziché spazi di solitudine e ritiro.

 

Limiti di tempo

Però è utile sapere una cosa: porre dei limiti quantitativi non risolve, di per sé, la sfida di aiutare i nostri figli ad avere un’esperienza utile e sana della tecnologia. Un consiglio che circola spesso, a proposito dell’utilizzo di Internet, è quello di mettere il computer dei figli al centro della casa e fuori dalla loro camera, in modo da poterli controllare anche nelle loro navigazioni. Non è una soluzione per forza di cose vincente. Non solo perché le soluzioni basate sul controllo  sono difettose per tante ragioni, ma anche perché in questo caso sono illusorie. Con i dispositivi sempre più piccoli e tascabili, che funzionano in casa e fuori, non è come quando un computer occupava un’intera scrivania, e connettersi era un’attività da fare in uno spazio circoscritto della casa, da una certa ora a un’altra del pomeriggio. Hai voglia a controllare!
D’altra parte si può essere connessi tanto tempo e fare esperienze utili, o si può stare connessi brevemente e perdere tempo nel modo più inglorioso. E poi, con quel piccolo dispositivo si telefona all’amico, ci si tiene in contatto con la classe, si gioca, si cercano le informazioni futili e quelle per lo studio, e magari si condividono. Stare connessi non è più un’attività che si fa o non si fa, e a cui è facile mettere limiti. E’ piuttosto una condizione nella quale si fanno tante cose (persino i compiti!), spesso contemporaneamente, ed è difficile segnare con un tratto di matita il confine fra un’attività e l’altra. È praticamente impossibile, e dunque anche insensato, pensare che le regole debbano riguardare soltanto tempi e orari: almeno altrettanto importanti sono modi e contenuti. E qui, ancora, parliamo di un universo che non è per niente separato dall’altro, anzi ne è la prosecuzione. I contenuti che i ragazzi condividono sono quelli della loro vita, e l’equilibrio della vita online comincia offline. Se hanno interessi e passioni, tenderanno a cercare esperienze online interessanti; se hanno una vita di relazione soddisfacente, tenderanno ad essere più esigenti ed attenti nelle relazioni virtuali.
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    Andrea Davolo –  Psicologo Psicoterapeuta