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IL CORPO CHE PARLA: L’ATTACCO DI PANICO

IL CORPO CHE PARLA: L’ATTACCO DI PANICO

Cosa succede quando arriva un attacco di panico? Probabilmente stiamo facendo finta di non sentire emozioni che ci stanno comunicando qualcosa.

Alessia, studentessa di 25 anni arriva nel nostro studio perché un violento attacco di panico l’ha messa in allarme.  Quando al pronto soccorso, dove aveva fatto il primo accesso (come spesso capita in queste situazioni poiché molto spesso l’attacco viene scambiato per un infarto) era stato diagnosticato un attacco di panico era rimasta stupita poiché sosteneva che nella sua vita non era successo niente di particolare in quel periodo.

L’attacco di panico arriva proprio così all’improvviso, senza un apparente motivo, ma in realtà le spiegazioni esistono e vanno ricercate nella relazione con le nostre emozioni e il non ascolto prolungato di esse. L’attacco di panico può infatti essere considerato come la conseguenza dell’avere ignorato a lungo o trascurato un malessere emotivo, è come se il nostro sistema emotivo ci stesse dicendo: “Allora mi vuoi ascoltare! Adesso ti mando un segnale che ti obbligherà a farlo e non potrai più ignorarmi!” 

Ma come può avvenire tutto questo?

Le emozioni all’interno del nostro sistema mente-corpo hanno la funzione di comunicarci quando i nostri bisogni siano soddisfatti e quando invece no. Quando proviamo gioia, tranquillità, serenità in effetti è perché, nella nostra vita, alcuni bisogni sono appagati ad esempio l’autorealizzazione, l’amore ecc. Se invece così non è, le nostre emozioni fungono da campanello d’allarme per farci trovare delle possibili soluzioni per ritrovare il nostro benessere. Se le emozioni che fungono da campanello di allarme si attivano, ma noi le ignoriamo è il nostro corpo che prova a venirci in soccorso nell’unico modo che sa fare: attraverso un sintomo. Alcune volte può infatti accadere che, per adattarci alle situazioni, mettiamo in secondo piano i nostri bisogni che invece hanno la necessità di essere soddisfatti. E’ ad esempio quello che è accaduto ad Alessia che per adattarsi alla sua relazione di coppia aveva rinunciato di comunicare al suo compagno la sua volontà di trasferirsi in un’altra città per continuare il suo percorso di studi e si stava “accontentando” di seguire un percorso per lei non soddisfacente. Nella rappresentazione di Alessia l’idea del sacrificio per l’altro era molto radicata e ciò l’aveva spinta a dare più spazio ai bisogni del compagno rispetto ai propri. Alessia, per cercare di mantenere la sua relazione, stava ignorando i suoi segnali emotivi e continuava a dire a se stessa che andava tutto bene, perché “se si ama una persona bisogna farla essere la nostra priorità e tutto il resto passa in secondo piano”. Alessia non riusciva ad ammettere a se stessa che il suo bisogno di autorealizzazione personale aveva eguale diritto di essere soddisfatto e che i suoi desideri meritavano di essere presi in considerazione, ma temeva che se avesse preso la decisione di allontanarsi e di andare in un’altra città la sua relazione sarebbe stata messa a dura prova.

A volte fatichiamo nel “leggere” e dare un nome alle nostre emozioni perché non siamo stati educati all’ascolto emotivo e spesso le emozioni vengono viste come un tabù del quale non si può parlare, inibire dunque l’espressione emotiva è un modo che ci fa accumulare tensione e malessere.

Cosa si può fare allora per uscirne e trasformare il sintomo in consapevolezza di sé?

Sicuramente il primo passo è quello di partire dall’osservazione del sintomo come forma di comunicazione che consenta di metterci in un ascolto autentico di noi stessi, imparando a riconoscere i nostri reali bisogni e legittimando le nostre emozioni. Talvolta riuscire a fare ciò in autonomia può essere complicato e l’aiuto di un esperto che ci accompagni in questo viaggio potrebbe facilitarci il compito.

Elisa Piovani

Dott.ssa Elisa Piovani- Psicoterapeuta- Studio Itaca