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Il senso di Solitudine: “siamo” o “ci sentiamo” soli ?

Il senso di Solitudine: “siamo” o “ci sentiamo” soli ?

Etimologicamente il termine solitudine rimanda alla parola “separare” composta da “se” e “parare”. La prima indica “divisione”, la seconda “parto”. Il termine solitudine rimanda quindi alla separazione del nascituro dalla madre, con la conseguente perdita di uno stato particolare.

Ma cosa è la solitudine dal punto di vista psicologico? Sicuramente un sentimento molto naturale, costitutivo della condizione umana. Passiamo la gran parte della nostra vita a temere ed evitare la solitudine, tipicamente connotata – nel senso comune – come esperienza negativa e dolorosa.

In realtà non è esattamente così, e tante sono le sfumature e i significati connessi a questa esperienza. Tutti nella vita ci sentiamo a tratti soli, e ci accorgiamo che non esiste una forma di solitudine, ma “tante possibili solitudini: ognuno di noi ha un modo diverso di viverla, di rappresentarla, di temerla e di immaginarla.

Quando si pensa alla solitudine ci si riferisce istintivamente alla sua dimensione oggettiva, ovvero alla reale assenza di legami significativi. Tuttavia è necessario sottolineare l’importante differenza che intercorre tra: “sentirsi soli” ed “essere soli”. Sperimentare solitudine non ha, infatti, una diretta connessione con l’avere o meno persone vicino, si può essere circondati da affetto e compagnia, ma percepire comunque questo tipo di sentimento. Trattasi infatti di un sentimento molto profondo, intimo e soggettivo.

Secondo questa distinzione, è possibile che alcuni individui socialmente isolati possano sentirsi abbastanza soddisfatti nonostante il loro oggettivo scarso numero di interazioni sociali. Al contrario, altri individui possono essere oggettivamente coinvolti in un alto numero di relazioni interpersonali ma, nonostante questo, sentirsi profondamente insoddisfatti della loro vita relazionale (ad esempio per la qualità dei propri rapporti o per la mancanza di un particolare tipo di relazione, come una relazione sentimentale) e fare di conseguenza esperienza di un doloroso senso solitudine.

Tipicamente la percezione di solitudine si associa alla sensazione di non sentirsi compresi, amati, voluti o comunque di non riuscire a scambiare con gli altri in un giusto equilibrio tra il “donare e il ricevere”.

Il senso di solitudine come mancanza si accompagna spesso anche all’idea di “vuoto”, ad indicare quanto questo sentire riguardi primariamente il nostro mondo interno. La mancanza che, a livello di coscienza, avvertiamo come esterna – mancanza di amici, di genitori, di un partner, insomma di qualcuno che ci voglia bene e si curi di noi – , è in realtà la proiezione al di fuori di noi di una mancanza interna, di un vuoto, cioè dell’assenza di quelle risorse interne che ogni essere umano dovrebbe possedere, come risultato delle proprie potenzialità energetiche e del patrimonio di esperienze positive della propria esistenza. Usando una metafora per descrivere questo senso di vuoto, potremmo pensarlo come ad una dispensa vuota in un momento in cui si ha fame, priva delle provviste che ognuno dovrebbe possedere per i propri bisogni.

In generale le persone esperiscono due diversi sentimenti di solitudine:

 La “mancanza di aiuto”: Il sentimento prevalente è quello di essere abbandonati, si avverte dolorosamente un’assenza, una perdita. Il modello fondamentale è quello del trauma della nascita: ciò che può provare un neonato sbalzato fuori dalla calda protezione dell’utero materno ritrovandosi esposto alle intemperie e alle asperità del mondo. E’ un sentimento che può essere avvertito in gradi diversi, accompagnandosi a stati interni che possono andare dalla disperazione (il panico, per fare un esempio, che potrebbe provare un naufrago sperduto in mezzo all’oceano) allo struggimento o alla nostalgia.

Il “deserto degli affetti”: In questo caso il sentimento di solitudine, pur con diverse gradazioni e sfumature, si connota come sentimento di indifferenza e di aridità affettiva. Non soltanto ci sembra che nessuno ci ami o si preoccupi di noi, ma avvertiamo un’incapacità di amare, un vuoto interiore, una mancanza di interesse e un’impossibilità di legarsi affettivamente a chiunque.

La solitudine presenta quindi moltissime sfaccettature: come anticipato, non può essere sempre considerata una sperimentazione negativa, anzi. Basti pensare ad esempio come ognuno di noi nell’arco della sua giornata ricerchi almeno un momento di raccoglimento e abbia bisogno di un luogo in cui potersi riposare, sottrarsi dai continui stimoli dell’ambiente e prendersi cura di sé. Questi sono momenti preziosi, che consentono alla persona di riflettere e di dedicarsi del tempo. Lo “stare soli” non deve essere necessariamente declinato con un “mi manca qualcosa” bensì può essere rappresentato con un senso di completezza e di pienezza dove ritroviamo la vera essenza di noi.

La solitudine offre quindi all’uomo innumerevoli opportunità per maturare e divenire un soggetto autonomo.

I bambini, per esempio, hanno molto bisogno di essere lasciati anche un po’ “soli a giocare”, questo permette loro di “inventare” qualche cosa, di lavorare con la fantasia, ma soprattutto di gestire il loro tempo, al contrario di quanto avviene nelle situazioni dove sono oberati di attività strutturate e non viene mai lasciato loro il tempo e lo spazio di sperimentare e di scegliere cosa fare.

In effetti, imparare a saper stare da soli, ad autogestirsi è una vera e propria competenza. Si parla molto del desiderio e della paura della solitudine, poco della capacità di stare da soli. La fiducia, se viene costruita dentro di noi negli anni della crescita, permette di controllare la solitudine, di riconoscere i sentimenti che animano la parte profonda della nostra mente e di esprimerli.

È chiaro che possedere un soddisfacente sentimento di sé ed un buon livello di autostima possono essere fattori protettivi, che metaforicamente potremmo rappresentare attraverso l’immagine di una dispensa piena, contenente le provviste a cui attingere in caso di bisogno, il che ci rinvia in qualche modo al senso di “pieno” piuttosto che di “vuoto”.

In caso contrario, se non si instaura questa fiducia, la dipendenza è sovente una diretta conseguenza di questa paura del proprio vuoto: per non conoscerlo e per non viverlo spesso si cade in situazioni relazionali di dipendenza, che possono anche portarci a scegliere di restare in rapporti non sani o poco soddisfacenti, o a confondere l’attaccamento e il bisogno con l’amore.

È molto importante quindi creare un rapporto positivo con la propria profondità interiore: più siamo in sintonia con noi stessi più avvertiamo una sensazione di pienezza e di benessere psicologico che derivano dalla percezione che non siamo soli, perché sostenuti dai contenuti del nostro mondo interiore.

Concludendo, il concetto di solitudine è una sorta di giano bifronte, che rappresenta la maggiore o minore capacità di stare in una buona relazione con se stessi, in una dialettica sempre aperta tra il proprio mondo interiore ed esteriore. Può essere utile che ognuno di noi rifletta su cosa e come intende la solitudine, che andrebbe riconnotata e ripensata: se la mettiamo in relazione alle nostre risorse, competenze, bisogni possiamo scoprire cose molto importanti sul nostro modo di costruire relazioni significative con noi stessi e con gli altri.

“È davvero complicata la solitudine, è un misto di orgogliosa libertà e disperato sconforto” (Bernardo Bertolucci)

Sabina Zapponi

Dott.ssa Sabina Zapponi
Psicologa-Psicoterapeuta