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Imparare a resistere agli urti della vita: quanto siamo resilienti?

Imparare a resistere agli urti della vita: quanto siamo resilienti?

Il termine resilienza, molto utilizzato in psicologia, deriva dal latino resilio, che letteralmente significa “rimbalzare” e in senso figurato “non essere toccati da qualcosa”. Quando si parla di resilienza ci si riferisce ad una capacità delle persone di “resistere agli urti”, di essere flessibili e in grado di adattarsi ai cambiamenti.

A differenza di ciò che si potrebbe erroneamente pensare, non c’è un gene della resilienza, ma è un’abilità che si conquista con fatica e impegno, come scrive S. Tisseron (2003, 2007), è una sorta di “lotta per la vita” che un individuo intraprende. La persona resiliente è quella che nonostante ne abbia passate tante, è ancora pronta ad alzarsi ed andare avanti, con la volontà di riprendersi dopo ogni evento traumatico. Questi eventi traumatici possono essere i più svariati (es. lutti, malattie, abbandoni, povertà, umiliazioni, violenze) e avere un’intensità ed un impatto molto diverso sugli individui. Considerando 10 individui che hanno subito lo stesso trauma, si avranno probabilmente 10 reazioni diverse e questo in parte dipenderà dalla capacità degli individui di focalizzarsi sul trovare soluzioni e non sul problema e sulle emozioni disturbanti e dall’ambiente di vita che lo circonda. Nonostante ciò, non è detto che una persona che si è dimostrata resiliente per quel trauma in quel momento, riesca ad esserlo anche per i traumi futuri.

Infatti la resilienza non è una capacità che si acquisisce una volta per tutte, ma varia a seconda del tipo di trauma, di circostanze, della cultura di appartenenza e dello stadio di vita nel quale ci si trova. Ad esempio Alice che può dimostrarsi resiliente nell’affrontare una grave malattia durante l’adolescenza, potrebbe non riuscire ad esserlo quando, a cinquant’anni, si trova ad affrontare un divorzio dopo vent’anni di matrimonio. La resilienza infatti permette di superare le difficoltà, ma non rende invincibili gli individui: ci sono momenti in cui le situazioni sono troppo pesanti da sopportare (A. Anaut 2003) o momenti nei quali non troviamo le risorse o l’aiuto necessario per rialzarci.

Un importante ruolo, nell’aiutare a far emergere la resilienza che si trova in ognuno di noi, è rivestito dalle relazioni umane e dai contesti di vita nei quali siamo inseriti. Sì, perché la resilienza si costruisce giorno dopo giorno, nell’interazione con l’ambiente che ci circonda. La famiglia ad esempio è considerata uno dei maggiori fattori di protezione per gli individui e se è stabile e affettiva, aiuta molto nella costruzione della resilienza. I genitori sono chiamati a dare le radici, ma anche le ali; le prime sono per la maggior parte rappresentate dalle tradizioni e dai valori, che consentono di sentire la propria vita prevedibile e stabile, mentre le ali sono lo strumento per volare nel futuro (I. Fernandez, G. Maslovaric, M. Veniero Galvagni 2011).

Non solo i genitori possono rivestire il ruolo di tutori di resilienza, ma possono esserlo tutti gli adulti (es. insegnanti, amici, colleghi, professionisti) che sono in grado di fornire un sostegno reale e di aiutare a “positivizzare i pensieri”. Il tutore di resilienza ha il compito di far prendere le distanze dalle circostanze dolorose, mostrando il sole che si affaccia dietro al grigio delle nubi, indicando così la strada per una nuova possibilità e per continuare ad avere fiducia nelle persone e nella vita. Tutti gli individui, anche quelli più fragili e traumatizzati, sono dotati di grandi risorse, che permettono di affrontare anche le situazioni più dolorose. Potremmo immaginarci queste risorse come delle immense batterie di energia positiva, che spesso la persona non sa nemmeno di avere. È proprio in questi casi che i tutori possono aiutare la persona ad individuare queste batterie, permettendole così di cominciare un nuovo cammino verso il cambiamento.

Un primo passo nella direzione della resilienza e per l’individuazione di queste energie positive è quello di focalizzarsi sui nostri punti di forza. Troppo spesso siamo perfettamente consapevoli dei nostri difetti, ma non conosciamo le nostre virtù e le nostre qualità. Bisogna esplorare e ottimizzare le proprie risorse. Provate a prendervi 5 minuti di tempo per scrivere su un foglio quali sono le vostre migliori qualità e abilità.

Un altro modo per valutare a che punto siete del percorso verso la resilienza è quello di percorrere i punti sotto elencati e verificare la presenza di questi fattori nella vostra vita.

Modello “Io ho, io sono, io posso” per la costruzione dell’identità resiliente teorizzato da E. H. Grotberg (1995):

 

Io ho:

  • Persone che mi circondano di cui mi     fido e a cui voglio bene

 

  • persone che mi pongono dei limiti, così che io sappia fin dove posso arrivare

 

  • persone che, con il loro agire, mi mostrano come comportarmi nella maniera giusta

 

  • persone che vogliono che io impari a fare le cose da solo

 

  • persone che mi aiutano, quando ne ho bisogno.

 

Io sono:

  • Una persona che può piacere ed essere amata

 

  • contento di fare le cose per gli altri

 

  • una persona che ha rispetto per se stessa e per gli altri

 

  • responsabile delle mie azioni

 

  • sicuro che ogni cosa andrà al meglio di come può e deve andare

 

Io posso:

  • Parlare con altri di cose che mi spaventano e preoccupano

 

  • trovare il modo di risolvere i problemi che incontro, anche se a volte ho bisogno di qualcuno che mi aiuti

 

  • trovare qualcuno che mi aiuti, quando serve.

 

Se doveste accorgervi di non avere consapevolezza delle vostre qualità e di essere carenti nei punti sopra elencati è il momento per iniziare a rimboccarvi le maniche e circondarvi di tutori di resilienza che vi aiutino nel cambiamento.

La resilienza, come abbiamo già detto, è una potenzialità che ognuno di noi sperimenta in maniera diversa secondo le fasi della vita e le situazioni. La sofferenza e il dolore nella vita sono inevitabili e non si cancellano, ma possiamo e dobbiamo attraversarli evitando di restare intrappolati. Perché le esperienze traumatiche, quando vengono rielaborate e superate, aiutano a crescere e diventare più forti.

Concludo ricordandovi una bellissima metafora dello psicanalista francese S. Tisseron “Non ci si deve dimenticare che un granello di sabbia entrato tra le valve di un’ostrica, e da essa elaborato e nutrito lungo gli anni, può diventare una preziosa perla.”

 

Bibliografia:

Anaut, A.  (2003), La résilience. Sourmonter le traumatismes, Nathan Université Paris

Fernandez, I., Maslovaric, G., Veniero Galvagni M.,  (2011) Traumi psicologici e ferite dell’anima, liguori editore S.r.l., Napoli

Tisseron, S. (2003) Résilience ou la lutte pour la vie, Le Monde Diplomatique

Tisseron, S. (2007) La résilience. Presses Universitaires de France, Paris

 

Giulia Giampellegrini

Dott.ssa Giulia Giampellegrini Psicoterapeuta-Studio Itaca