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Negli ultimi anni l’attenzione alle emozioni dei bambini e ai loro vissuti, nelle famiglie, ha acquisito sempre maggiore importanza. Si tratta di un cambiamento per molti aspetti positivo poiché rende gli adulti più sensibili alle esigenze dei bimbi, tale attenzione porta però sovente, come conseguenza,  i genitori a cercare di evitare il più possibile ai figli emozioni negative. Allo scopo di non creare disagio nei loro figli, molti adulti scelgono di non dire dei no per evitare le reazioni considerate negative, come ad esempio possono essere il pianto e la rabbia dei figli. Questo atteggiamento di condiscendenza è più marcato nei confronti dei bambini piccoli che sono ritenuti troppo immaturi e per questo si pensa che i divieti non possano avere nessuna valenza positiva. Si tende così a rimandare i divieti e i no alla scuola primaria o all’adolescenza.

Con il termine cosleeping -letteralmente dormire insieme- si fa riferimento a tutte quelle situazioni in cui il bambino dorme insieme alla madre o ad entrambi i genitori. Sono in molti i genitori che scelgono di far dormire il proprio figlio nel lettone. Tra questi, alcuni lo fanno “per disperazione” perché troppo stanchi di lottare con il proprio bambino per convincerlo a dormire nel proprio lettino; altri, invece, fanno questa scelta consapevolmente, perché amano dormire a contatto con i propri figli. Il bisogno di contatto fisico e, quindi anche di cosleeping, da parte dei bambini è del tutto normale nei primi anni di vita. Esso infatti fa parte dei comportamenti di attaccamento che permettono di creare un legame di vicinanza tra il bambino e la figura di riferimento: i bimbi, dormendo vicino ai genitori, si sentono sicuri e protetti. Tale vicinanza, inoltre, sembra favorire lo sviluppo di vari sistemi di regolazione (la temperatura corporea, la glicemia, le difese immunitarie, la produzione di ormoni ecc.); alcuni studiosi parlano del sonno condiviso nel lettone come di una vera e propria necessità fisiologica dei bambini. Ma quando il cosleeping è praticato oltre una certa età, che potremmo indicare intorno ai 4 anni, può avere delle conseguenze sullo sviluppo psicologico del bambino?

Ogni genitore si è trovato o si troverà a porsi domande quali: “ in che modo posso insegnare a mio figlio ad essere prudente con gli estranei e al contempo a non avere paura di loro? I miei figli sono in grado di badare a se stessi?”. Dietro questi interrogativi si celano preoccupazioni legate ad un tema di fondamentale importanza quale l'abuso all'infanzia.

Paura. Tutti noi proviamo e abbiamo provato questa emozione, in situazioni molto diverse tra loro, sia quando eravamo bambini che in età adulta. Quando a provarla sono però i nostri figli è come se all’improvviso ci sembrasse sbagliato. “Sono così piccoli...dobbiamo proteggerli”. La vita dei più piccoli, intorno ai 3-4 anni inizia a colorarsi di piccole e grandi paure.